Documento politico

Home » Documento politico

Corpi in rivolta

Corpi in rivolta non è solo un motto. È un programma politico che simboleggia il risveglio culturale di una società che si riappropria della piazza per opporsi ancora una volta a queste politiche discriminatorie. È un invito all’azione. È un appello a tutte le persone affinché il corpo non sia più un territorio di conquista, ma lo spazio e il tempo della rivoluzione che porta alla dignità, al diritto di esistere e di autodeterminarsi.

Era il 28 giugno 1969 quando Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson e gruppi di persone trans*, omosessuali e razzializzate invasero Christopher Street, davanti allo Stonewall Inn, per ribellarsi ai soprusi di chi considerava i loro corpi sbagliati, non conformi, da correggere e li voleva nascosti nell’ombra. Su primu Pride fiat rebellia. Il primo Pride fu rivolta.
Oggi, nel 2025, il Sardegna Pride torna in piazza per ribadire che la nostra esistenza è ancora atto politico e atto di resistenza. Torniamo a gridare contro chi continua a giudicare i nostri corpi come “non convenzionali”, e tenta di renderci invisibili: semus ancora corpos in rebellia. Siamo ancora corpi in rivolta.

Il Sardegna Pride vuole essere un momento di riflessione collettiva e radicale sui corpi considerati non conformi, che ogni giorno subiscono discriminazione e controllo: queer, troppo grassi o troppi magri, razzializzati, con disabilità, neurodivergenti, migranti, poveri, anziani, apprezzati o disprezzati in base alla produttività, alla funzionalità negli ingranaggi del capitalismo. Corpi che sfidano le norme e che, per questo, vengono esclusi, cancellati e che la nostra società vorrebbe fossero curati.
Oggi, le destre ultraconservatrici, in Italia come nel resto del mondo, usano i nostri corpi come terreno di scontro ideologico. Dalle politiche antigender degli Stati Uniti sotto Trump, che hanno persino cancellato la memoria storica del movimento trans*, al tentativo del governo inglese di eliminare l’identità di genere sotto la falsa bandiera della “tutela delle donne”.

Non è da meno l’Italia del Governo Meloni. Dal caso Careggi, dove l'ispezione di Gasparri ha messo sotto attacco i percorsi di affermazione di genere, alle farraginose dichiarazioni della ministra Roccella e del leghista Sasso, che ostacolano la ricerca scientifica e universitaria sulle soggettività gender creative: siamo di fronte a una precisa strategia politica che mira a cancellare la nostra esistenza.
Il Sistema Sanitario Nazionale continua a patologizzare le persone trans*, mentre lo Stato ignora sistematicamente i dati sui crimini d’odio di cui sono vittime. La Legge 164, che regola i percorsi di affermazione di genere, ha più di quarant’anni: è urgente riscriverla, garantendo il diritto all’autodeterminazione e coinvolgendo le persone direttamente interessate, senza più decidere sulla loro pelle.

Allo stesso modo, il diritto all’autodeterminazione del proprio corpo è ancora oggi violato dall’anacronistica assenza di una legge che vieti la pratica delle riassegnazioni chirurgiche del sesso nei confronti delle persone neonate intersex, prassi meglio conosciuta, e additata dalla stessa cultura occidentale, come pratica delle mutilazioni genitali. Serve una legge che vieti queste operazioni non necessarie, non consensuali e irreversibili. Le variazioni intersex sono espressioni naturali del corpo umano, non patologie da correggere. Serve formazione del personale sanitario, superamento del linguaggio patologizzante e il superamento della visione binaria imposta dalla cultura patriarcale.

La violenza patriarcale si manifesta anche nella negazione del diritto alla genitorialità per le famiglie arcobaleno, nella criminalizzazione della gestazione per altrɜ (GPA), nel continuo attacco ai diritti sessuali e riproduttivi, nella repressione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.
“La corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell’articolo 8 della legge 19/2004 [...] nella parte in cui non prevede che pure il nato in Italia da donna che ha fatto ricorso all’estero, in osservanza delle norme ivi vigenti, a tecniche di procreazione medicalmente assistita ha lo stato di figlio riconosciuto anche dalla donna che, del pari, ha espresso il preventivo consenso al ricorso alle tecniche medesime e alla correlata assunzione di responsabilità genitoriale." Lo scorso 22 maggio, nell’anno del 20º compleanno di Famiglie Arcobaleno, la Corte Costituzionale sancisce IL DIRITTO DEL MINORE a vedersi RICONOSCIUTE ALLA NASCITA ENTRAMBE LE SUE MADRI! Da oggi non esistono piú madri fantasma! Noi lo sappiamo da sempre: è l'Amore a creare una Famiglia. Ma è la Legge che permette a queste famiglie di esistere. Questo 22 maggio si è messa fine ad una discriminazione assurda: alle coppie di donne veniva richiesto di adottare lɜ propriɜ figliɜ, lo Stato fino a ieri negava l’esistenza a livello giuridico della madre intenzionale. La Corte Costituzionale è arrivata dove non arriva il nostro Governo che ha fatto della nostra persecuzione la sua bandiera. Ora abbiamo scritta, nero su bianco, la certezza che abbiamo sempre avuto: di essere dalla parte giusta della Storia. E la Storia ce la scriviamo noi!
Ma la lotta non si ferma perché non lasceremo indietro i papà e gli aspiranti papà. Lo scorso novembre, la Legge Varchi ha stabilito che i papà arcobaleno sono colpevoli di reato universale. La Gestazione per Altrɜ è altro, é un istituto a cui fanno accesso per lo piú coppie eterosessuali, ma la legge Varchi è stata creata per colpire i papà, che tuttavia fanno i loro percorsi in paesi in cui è legale e attentamente regolamentata: le loro gestanti sono donne libere e senza necessità economica - le loro storie sono storie di amore, non di reati universali! La lotta non si ferma perché non lasciamo indietro le coppie separate e tutte quelle madri a cui é stato NEGATO il riconoscimento dellə loro figlə, quellə figlə a cui é stata tolta una madre!


Se da una parte la criminalizzazione della GPA vieta a chi lo desidera di avere figliɜ, dall’altra la narrazione familistica del “primo presidente” donna e del suo governo rilancia una politica di controllo sui corpi delle donne. Questo avviene attraverso il sovvenzionamento delle associazioni antiabortiste e la loro invadente presenza all’interno dei consultori con pratiche di pressione psicologica subdola, violenta e colpevolizzante. La generale riduzione dei servizi sanitari e del personale, comporta l’impossibilità in molte zone di accedere ad un percorso di interruzione di gravidanza sicuro come previsto dalla legge 194, in Sardegna più del 60% del personale medico è obiettore di coscienza. La violenza del divieto all’aborto non è controbilanciata da reali politiche di sostegno alla natalità che permettano realmente alle donne di scegliere.
L’aborto non è un tema su cui farsi un’opinione, si tratta del diritto delle donne di decidere sul proprio corpo e poter progettare la propria vita.

Dai corpi delle persone trans* ai corpi delle donne, l’ondata liberista e oscurantista attraversa il mondo occidentale, dagli Stati Uniti al governo repressivo e autoritario dell’Ungheria, Paese che quest’anno vieta il Pride (una piazza come questa).
Anche in Italia crescono i segnali inquietanti: divieti di manifestare, ispezioni ministeriali, decreti sicurezza, censure scolastiche, attacchi alla stampa e all’università. Sono tasselli di un disegno politico autoritario, che vuole restringere spazi di libertà e diritti, specialmente per chi è più marginalizzatə.
Il Sardegna Pride si riappropria della piazza per ribadire che la nostra esistenza è ancora atto politico e atto di resistenza. Siamo in piazza con i nostri corpi, riconosciuti o meno, accettati o meno, per parlare di tutti quei corpi che non rientrano nei canoni imposti; corpi che subiscono violenza ogni giorno: nei tribunali, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, sulla rete, per strada.
Eppure le destre religiose e politiche si sono scatenate contro il DDL ZAN, affossando la proposta di legge contro l’omotransfobia e hanno reso l’Italia fanalino di coda nella tutela delle persone LGBTQIA+.

Le scuole italiane, in generale, sono contesti ancora fortemente eterocisnormati in cui si trasmette il modello sociale patriarcale: binario, asimmetrico, maschilista, smantellato con difficoltà a livello giuridico (L.151/75) ma nei fatti ancora prevalente.
Esso prevede l'egemonia “naturale” del genere maschile su quello femminile ed una società regolamentata con rigidi ruoli di genere stereotipati cui donne e uomini devono attenersi per essere accettati.
L'omosessualità è la prima “trasgressione” ai suddetti ruoli considerata non ammissibile, a seguire ogni altra varianza nelle varie componenti dell'identità sessuale.
Dalla rappresentazione del mondo che fa la Scuola si impara che chi è omosessuale, transgender, gender variant, intersex, cioè chi non è “conforme” al modello patriarcale NON ESISTE.
A scuola l'adolescente che scopre la propria omosessualità o la propria varianza di genere spera che non la scoprano gli altri, spera di essere invisibile e impara a nascondersi, a fingere, per evitare violenza, bullismo, emarginazione. Per salvarsi.
La scuola è spesso il luogo in cui l’essere gay, lesbica, bisessuale o transgender significa DISTURBARE ed esporsi all’insulto, alla derisione, all’isolamento, alla violenza fisica.
La scuola è il luogo in cui il bullismo omolesbobitransfobico si esprime a livelli preoccupanti e costituisce un’emergenza invisibilizzata e negata. Ascoltiamo testimonianze di giovani adulti che hanno ferite profonde derivanti dall'esperienza del bullismo omofobico o transfobico subìto a scuola, nell'indifferenza totale di molti insegnanti che lavorano in completa cecità e sordità, incapaci di leggere indicatori di disagio ma capaci, invece, di diffondere omonegatività e transnegatività con il loro insegnamento formale e informale.
È anche risaputo che la maggior parte di coloro che si tolgono la vita in età scolare hanno subìto tutte le sfumature del bullismo omotransfobico (che ha come bersagli giovani LGBTQI+ o presunti tali). Le famiglie di questo consistente numero di giovani vittime sono impotenti di fronte all’ottusità della scuola che risulta impreparata non solo a prevenire ma anche ad affrontare con adeguata competenza episodi conclamati, preferendo solitamente l'evitamento o la negazione.
Noi vogliamo che la scuola diventi un luogo “sicuro” per tutt3, che sia messa in condizioni di esercitare il suo potere di migliorare la vita delle comunità, di salvare vite.
Chiediamo azioni concrete di prevenzione primaria del bullismo omotransfobico cioè che cambi il clima culturale del contesto scolastico.

Siamo in piazza anche per denunciare la povertà crescente, che colpisce in modo sproporzionato chi è già discriminatə, la precarietà e l'insicurezza del mondo del lavoro, dove le persone LGBTQIA+ vivono ancora una doppia marginalizzazione. Da un lato, quella imposta da un sistema eteronormato e binario che punisce ogni deviazione dagli standard dominanti; dall’altro, quella comune a tuttɜ, legata a condizioni di lavoro precarie, intermittenti, prive di tutele reali. Questa esclusione si manifesta spesso in forme silenziose: l’isolamento, la paura di esporsi, la rinuncia alla visibilità per non perdere il lavoro o semplicemente per poter “restare”. La precarietà non è mai neutra: colpisce più duramente chi è già ai margini, chi ha meno voce, chi è percepito come “non conforme”.

Un lavoratore trans in un call center, una persona non binaria impiegata in appalto, una cameriera lesbica in un contesto stagionale: sono corpi queer che subiscono un doppio ricatto, economico e identitario. In un mercato che ha eroso tutele e indebolito la contrattazione collettiva, le discriminazioni diventano più difficili da denunciare, e la giustizia sul lavoro resta una promessa incompiuta.

Ma anche dentro questo sistema c’è spazio per portare istanze, per rompere silenzi, per contaminare pratiche. Anche negli spazi dove troppo a lungo si è parlato una lingua che non ci comprende, possiamo entrare, restare, trasformare. Costruire alleanze, far emergere i nostri bisogni dentro le piattaforme, nei contratti, nei luoghi in cui si negozia e si decide. È tempo di esserci, anche lì. Anche nei tavoli lunghi e nei corridoi stretti.

Non può esserci lotta alla precarietà senza un impegno esplicito contro l’omolesbobitransfobia. Non può esserci reale giustizia sociale senza intersezionalità. I corpi queer nei luoghi di lavoro chiedono rispetto, tutele, rappresentanza. Chiedono di poter esistere senza paura, senza dover scegliere tra dignità e sopravvivenza. Nessuna lotta sarà completa finché non includerà anche la nostra. E nessuna contrattazione sarà davvero inclusiva finché le nostre voci non saranno parte attiva del coro.

Oggi i nostri corpi queer sono corpi in rivolta al fianco delle persone con disabilità, troppo spesso considerate un peso, rese invisibili o infantilizzate; con i corpi che ogni giorno sono giudicati per il proprio aspetto e vittime del body shaming; con i corpi sierocoinvolti quotidianamente stigmatizzati, con i corpi delle persone migranti abbandonate in mare o rinchiuse nei lager della Libia, dell’Albania e di Macomer. La Sardegna è una terra accogliente, non è una prigione.
La Sardegna non è un luogo per giochi di potere che devastano territori e comunità; non è un territorio da svendere al turismo speculativo; non è nè un poligono nè una base militare e tantomeno è un luogo dove produrre le armi complici del Genocidio in atto a Gaza, in Palestina o in qualsiasi altro conflitto.
E’ il momento di una vera transizione ecologica, guidata dalle comunità locali e non dalle multinazionali, è il momento di dirottare i miliardi destinati alle armi verso i finanziamenti a scuola, sanità, casa, cultura, infrastrutture e servizi.

Contro tutto questo, oggi ci riappropriamo della piazza, e non la lasceremo più, questo è il Sardegna Pride: transfemminista, antirazzista, antifascista, intersezionale. Partecipiamo con i nostri corpi, le nostre voci e le nostre identità, per gridare che nessuna libertà sarà reale finché non lo sarà per tuttə.



Adesioni

Coordinamento:
Movimento Omosessuale Sardo OdV
Associazione ARC OdV
Famiglie Arcobaleno Sardegna
UNICA LGBT
ASQù - Associazione Sarda Queer
Agedo Cagliari
Agedo Nord Sardegna - Sassari
CGIL Settore Nuovi Diritti

Adesioni al 25/06/2025:
4CaniperStrada
Alisso ODV
ARCI Nord Sardegna
Associazione Culturale Baa Ba Aps
Associazione Franco Mura OdV
Associazione Music & Movie
Associazione Ponti non muri
Associazione Scienze Politiche Sassari
A Foras contra a s’ocupatzione militare de da Sardigna - Nodo di Sassari
Centro Servizi Volontariato Sardegna
CGIL CAAF Sardegna
CGIL Sarda
CGIL Sassari
Circolo Culturale Micromeria
Collettivo gruppi kink Sardegna e Urtzos
Cùlleziu contra a la gherra
FLC Sassari
Gruppo Emergency Sassari
Lìberas Associazione Antiviolenza Cagliari
noiDonne 2005
Non una di meno Nord Sardegna
Nudiverso
Ordine assistenti sociali della Regione Sardegna
Ordine dei psicologi e delle psicologhe Sardegna
Porta Aperta Società Cooperativa Sociale a r.l.
Salughe
Sezione ANPI Sassari B. M. Musu
Telefono Amico Sassari OdV
Trans* Support Sassari
Uaar- Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
Uisp Sardegna aps
Un Bullo da Palcoscenico Sardegna
Generazione Italie
Partito Democratico della Sardegna
Sardegna Chiama Sardegna
Sinistra Italiana Sardegna


Contatti
info@sardegnapride.it
+39079219024
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram